Dalla newsletter di Prometeia segnalo questa interessante analisi sulla gestione e la misura dei crediti deteriorati delle Banche Italiane. Credo che in trattativa sia sufficiente riportare i due grafici e la tabella delle operazioni di cessione di questi crediti che le banche stanno cercando di fare per dare misura al cliente di quanto sta accadendo.
MariettoR
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Torna l’appetito degli investitori per i crediti deteriorati e le banche li mettono sul tavolo
11 luglio, 2014
roberto.goracci@prometeia.com
Dalla fine dello scorso anno sembra essersi riacceso l’interesse degli investitori internazionali per il mercato di crediti deteriorati italiani.
Condizioni economiche più stabili, una minore incertezza sul valore delle attività e un netto adeguamento delle svalutazioni sulle partite problematiche hanno di fatto avvicinato i valori a cui le banche sono disposte a cedere e quello a cui gli investitori sono pronti a comprare. Le operazioni attualmente in discussione potrebbero aprire la strada a un mercato più ampio.
Gli effetti della crisi sullo stato di salute dei portafogli crediti delle banche sono stati pesanti. Tra il 2008 e il primo trimestre del 2014 i crediti deteriorati nel loro complesso sono passati da 87 miliardi di € a 296 miliardi di € (Fig. 1), con un’incidenza sul totale dei prestiti passata dal 5.1% al 17.7%. E la crescita, almeno per le sole sofferenze, non si è arrestata nei mesi di aprile e maggio. Questa zavorra nei bilanci limita, soprattutto per alcuni operatori, la possibilità di far ripartire il credito all’economia. In attesa che diventino efficaci le nuove misure non convenzionali di politica monetaria messe in campo dalla Bce il 5 giugno scorso,[1] la cessione di portafogli di finanziamenti problematici potrebbe alleggerire il loro peso sui conti delle banche, rilassarne almeno nella maggior parte dei casi i vincoli patrimoniali[2] e ridare ossigeno alla concessione di nuovi finanziamenti. Negli ultimi anni queste operazioni non hanno, però, rappresentato una buona opportunità per le banche italiane. Da un lato gli investitori non hanno dimostrato particolare interesse, segnalando una certa avversione al rischio in una fase ciclica debole e densa di incertezze, dall’altro il valore di bilancio dei crediti deteriorati era superiore al valore di mercato degli stessi esponendo le banche, in caso di cessione, a un livello rilevante di perdite da contabilizzare nei propri conti economici.
| FIG. 1: CREDITI BANCARI DETERIORATI – MILIARDI DI € | FIG. 2: GARANZIE SOTTOSTANTI E TASSO DI COPERTURA DEI CREDITI DETERIORATI – VALORI % |
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| Fonte:elaborazioni Prometeia su dati Banca d’Italia. * stime Prometeia al netto della Cassa Depositi e Prestiti. |
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati Rapporto sulla stabilità finanziaria 1/2014 – Banca d’Italia. |
Tuttavia, già dalla fine del 2013 si sono gradualmente intensificati i segnali di riapertura del mercato e oggi le operazioni di cessione di crediti deteriorati sembrano più probabili. Perché adesso? Nel biennio 2012-13 l’adeguamento delle coperture sui prestiti che presentano anomalie di pagamento – in parte come riflesso dei risultati delle ispezioni di vigilanza della Banca centrale – ha richiesto agli operatori un ammontare elevato di rettifiche su crediti (circa 60 miliardi) che ha fortemente penalizzato i risultati economici ma che è anche servito a correggere, talvolta significativamente, il valore di bilancio dei crediti deteriorati. Il coverage ratio (rapporto tra le svalutazioni e lo stock lordo di crediti deteriorati) del sistema bancario è così passato dal 39% di fine 2012 a poco meno del 42% a dicembre 2013 e per le sole sofferenze è salito al 57% dal 55%.[3] Questo ha contribuito a ridurre il divario tra il valore di bilancio delle partite anomale e i prezzi che gli investitori sono disposti a offrire. Le coperture sui crediti deteriorati sono aumentate per tutte le categorie dimensionali di banche (Fig. 2), ma sono state più elevate per i primi 5 gruppi bancari,[4] che evidenziano livelli di coverage massimi tra le singole categorie dimensionali considerate per tutti gli stadi di deterioramento del credito. I tassi di copertura più bassi si registrano per le banche minori che hanno però una maggiore quota di prestiti anomali con sottostante una garanzia. Il ruolo delle garanzie sui crediti deteriorati è stato recentemente molto dibattuto soprattutto in Italia, che si caratterizza per una più elevata incidenza di crediti garantiti rispetto ad altri paesi europei, e assume rilevanza tanto più adesso che, almeno per le 15 banche italiane sottoposte all’Asset Quality Review, la stima del valore delle garanzie sarà aggiornata e potrà vantare il “timbro di qualità” della Banca Centrale Europea. Anche questo elemento potrebbe quindi ridurre l’incertezza sui reali valori dei crediti che aveva tenuto lontano gli investitori dai non performing loans.
Il divario tra il valore di bilancio dei crediti deteriorati e il prezzo di cessione potrebbe essersi ridotto nei primi mesi del 2014 anche per effetto dei primi segnali di miglioramento congiunturale (sebbene ancora deboli) che si sono riflessi in una maggiore propensione degli operatori stranieri a investire in Italia, anche in attività rischiose.
Osservando cosa è successo in questa prima parte dell’anno le considerazioni esposte trovano diverse conferme. Nei primi 5 mesi del 2014 le banche italiane hanno cartolarizzato sofferenze per circa 3 miliardi di euro, superando già l’ammontare dell’intero 2013 (circa 2 miliardi prevalentemente concentrati nell’ultimo mese dell’anno).[5] Sono state chiuse operazioni di cessione di crediti deteriorati a investitori internazionali per un ammontare complessivo di circa 2.5 miliardi di euro (Tab. 1). Recentemente, inoltre, è stato annunciato l’acquisto da parte di un operatore nazionale di un portafoglio di sofferenze per un ammontare di 1.3 miliardi di euro: si tratta di crediti al consumo originati da Fiditalia (società finanziaria del gruppo Société Générale che opera in Italia) che erano stati precedentemente ceduti al fondo britannico AnaCap Financial Partners tramite il veicolo Iustitia Futura. A questo si aggiunge il “memorandum of understanding” non vincolante stipulato dai due principali operatori bancari nazionali con operatori esteri finalizzato alla gestione “specializzata” di un portafoglio di crediti ristrutturati che non presentano ancora segnali gravi di deterioramento. Sembra possibile che nei prossimi mesi possano concludersi altre cessioni che vedranno coinvolti anche operatori diversi da quelli già attivi.[6] Si segnala inoltre che oltre alle banche citate nella tabella 1 anche Ubi Banca e Credito Valtellinese sembrano pronte a valutare la cessione di propri crediti deteriorati e che Mediobanca aveva presentato nei primi mesi dell’anno una proposta di “bad bank” per le banche di medie dimensioni – che tuttavia non sembra abbia creato troppo entusiasmo. Infine, non possiamo non citare che i due principali operatori bancari nazionali hanno messo in campo soluzioni in house per favorire una gestione dedicata degli attivi problematici:
- UniCredit ha costituito una “non core bank” in cui ha confinato 85 miliardi di € di crediti problematici con l’obiettivo di dismetterne 55 entro il 2018;
- Intesa Sanpaolo ha costituito una business unit “capital light bank” e intende dismettere partecipazioni e crediti deteriorati per 23-27 miliardi di € entro il 2017.
| TAB. 1: ALCUNE OPERAZIONI SUL TAVOLO DELLE TRATTATIVE – CONCLUSE O IN FASE DI DISCUSSIONE |
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| Fonte: comunicati stampa delle singole operazioni e vari articoli pubblicati sulla stampa nazionale e internazionale. * Il portafoglio crediti oggetto della transazione era già stato ceduto da Fiditalia al fondo britannico AnaCap Financial Partners tramite il veicolo Iustitia Futura. |
In conclusione, oggi è ancora molto difficile capire la portata di queste operazioni, sia in termini di volumi di portafogli che passeranno di mano sia di prezzi concordati, ma ci sembra evidente che le banche e i possibili acquirenti siano tornati a sedersi ai tavoli delle trattative, che restano però vincolate a equilibri di convenienza economica per entrambe le controparti. Le banche, infatti, difficilmente potranno accettare prezzi di cessione troppo inferiori al valore di bilancio, in quanto questo determinerebbe ulteriori svalutazioni difficilmente sostenibili. Da parte loro gli investitori accetteranno prezzi di acquisto in grado di garantire ritorni sul capitale coerenti con il profilo di rischio delle operazioni stesse. In questa ricerca complessa di equilibrio potrebbero essere favorite in un primo momento quelle operazioni su portafogli crediti già ampiamente svalutati (per esempio il credito al consumo che segue un rapido processo di svalutazione in linea con le Loss Given Default che lo caratterizzano) o quelle per le quali la specializzazione dell’operatore non bancario possa più efficacemente massimizzare il valore di realizzo delle attività oggetto di acquisizione.
[1] Tra queste misure, volte a migliorare il funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria, si segnalano le operazioni di rifinanziamento a più lungo termine (4 anni) finalizzate all’erogazione di prestiti bancari a favore del settore privato (esclusi i prestiti concessi alle famiglie per l’acquisto di abitazioni), le cosiddette Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO). La Bce ha anche dichiarato di aver intensificato i lavori preparatori per l’acquisto definitivo di attività cartolarizzate semplici e trasparenti aventi come attività sottostanti crediti verso il settore privato non finanziario dell’area dell’euro.
[2] Per una valutazione completa sugli effetti delle cessioni sui coefficienti patrimoniali bisognerebbe infatti considerare l’impatto sul capitale delle eventuali ulteriori rettifiche dettate dalla differenza tra il valore di bilancio e il prezzo di vendita degli asset.
[3] Fonte: Relazione Annuale 2013 – 31 maggio 2014 – Banca d’Italia.
[4] Tra i primi 5 gruppi sono considerati UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena, Ubi Banca e Banco Popolare. Le altre categorie dimensionali considerate comprendono banche appartenenti a gruppi o indipendenti classificate per totale dei fondi intermediati: oltre i 21.5 miliardi di euro grandi, tra 21.5 e 3.6 miliardi di euro piccole e inferiori a 3.6 miliardi di euro minori.
[5] Fonte: Supplemento al Bollettino Statistico: Moneta e banche, Banca d’Italia. Dati riferiti ai delta stock registrati nei diversi periodi considerati.
[6] Evidenze dai comunicati stampa degli operatori coinvolti e/o altre notizie di stampa.
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Grande Marietto…grazie